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Come il virus imparò a creare l'idrogeno

Per oltre un miliardo di anni cellule vegetali e cianobatteri si sono evoluti per selezionare metodi efficaci di produzione energetica, con sistemi altamente organizzati per il trasporto, conservazione e utilizzo dell'energia disponibile. In maniera simile, anche la scienza moderna tenta di escogitare ogni giorno un nuovo paradigma per superare i numerosi ostacoli che costituiscono le principali limitazioni per la produzione sostenibile di un vettore energetico. Fra questi, e sono in molti a sostenerlo, l'idrogeno è quello che sembrerebbe il più promettente, di sicuro è uno fra i più controversi e ostacolati. Fortuna vuole che, grazie anche ad un finanziamento dell'italianissima ENI nell'ambito del progetto MIT Energy Initiative (MITEI), un team di ricercatori del Massachusetts Institute of Technology, guidati dalla Professoressa in Scienza dei Materiali e Ingegneria ed Ingegneria Biologica Angela Belcher, è riuscito, tramite la manipolazione genetica, a "istruire" un virus a legarsi con le molecole di un catalizzatore metallico (IrO2) e ad attrarre nel contempo un pigmento organico (porfirine legate con zinco), in modo da modellarlo definendo strutture filamentose estremamente adatte per la scissione fotosintetica dell'acqua. Un approccio già esplorato da altri scienziati, ma con una novità: incapsulato in una matrice di microgel, il Fago M13 modificato, un batteriofago innocuo per l'uomo, riesce a mantenere una disposizione uniforme, conservando una stabilità che altrimenti risultava molto labile. Nel sistema studiato dai ricercatori, il virus funge come un'impalcatura che organizza le molecole di catalizzatore e di pigmento in una disposizione allineata che risulta ottimale per la scissione dell'acqua. Il pigmento agisce come un'antenna per la cattura della luce, rendendo il virus un raccoglitore perfetto di energia luminosa.

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